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		<title>CronacaQui</title>
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		<description>CronacaQui - Editoriali - Il Borghese</description>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 09:58:20 +0100</pubDate>
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					<title>Siamo più ricchi? Non tutti</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/25450_siamo-piu-ricchi-non-tutti.html</link>
					<description>Una buona notizia per tutti noi: in un anno, abbiamo guadagnato di più. Incredibile, ve­ro? Soprattutto perché non ce ne siamo accorti. Eppure i numeri non mentono, la ma­tematica non è un'opinione e tutto questo genere di cose. Se guardiamo i dati del ministero delle Finanze sugli imponibili Irpef della dichiarazione 2011, i redditi degli italiani sono aumentati. Per intenderci, solo a Torino rispetto all'anno precedente, il reddito medio è aumentato di oltre 3mila euro. Natural­mente, ci dovrà pur essere una ragione se nessuno si è accorto della cosa: forse, rispettando il criterio statistico della media ponderata, perché sotto la Mole sono aumentati di numero anche coloro che dichiarano più di 100mila euro. Quindi, il reddito me­dio complessivo della città è aumen­tato.<br /><br />Peccato che letti così questi dati non servano niente e certo non fornisce con­solazione alcuna il fatto che Milano sia per esempio il capoluogo più ricco d'Ita­lia con una media di oltre 35mila euro di reddito, se poi nella stessa città una fascia sempre più ampia della popo­lazione vive al di sotto dei 10mila euro annui, o addirittura dei 5mila. I be­nestanti, all'ombra della Madunina, so­no per intenderci oltre 37mila, meno del 5 per cento dell'intera popolazione. A Torino questa percentuale scende al 2 per cento, per 10mila contribuenti in totale. Ma anche il loro reddito, dati alla mano, appare in diminuzione, con una perdita del 7,5 per cento. Come a dire che la crisi la sentono tutti?<br />Può anche darsi che tutti sentano la crisi, ma certo i suoi effetti sono dif­ferenti per ciascuno. Per fare un esem­pio, l'introduzione dell'Imu, l'aumento dell'Iva, l'inflazione colpiscono allo stesso modo quei 10mila di cui sopra e gli oltre 57mila che dichiarano meno di 7.500 euro annui? La domanda, ov­viamente, è retorica e la risposta scon­tata.<br /><br />Eppure in questo Paese la pressione fiscale non appare ancora modulata in maniera realmente elastica: forse per­ché, a dirla tutta, il Paese non ha nep­pure un'idea reale di quanti siano i suoi ricchi autentici, coloro che aggirano il sistema e si danno all'evasione siste­matica. Mentre i poveri diavoli, quelli delle pensioni minime o dei redditi fal­cidiati nel loro potere d'acquisto, coloro che non possono nascondersi, rappre­sentano sempre la maggioranza soffe­rente.<br /><br />Ma i titoli dei quotidiani spe­cializzati, dei siti Internet, le divagazioni degli analisti si soffermano sempre sul dato più evidente e più eclatante, alle volte senza neppure sottolineare le di­screpanze, le contraddizioni: come quel­la per cui il reddito medio sarebbe in crescita, ma le nostre città rimangano strangolate da crisi, cassa integrazione, povertà e un'assenza ormai disperante di ricette che inducano all'ottimismo, di piani per il futuro che non siano la trita e ritrita minacca di «finire come la Grecia».<br /><br />andrea.monticone@cronacaqui.it <br /><br /><br /></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Thu, 17 May 2012 09:34:54 +0100</pubDate>
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					<title>A lezione dai cattivi maestri</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/25402_a-lezione-dai-cattivi-maestri.html</link>
					<description>Speriamo che sia solo una sceneggiata, se no sono dolori. Mi riferisco a quello che è successo ieri mattina nella maxi aula della Corte d'Assise di Milano dove si celebrava la prima udienza del processo d'appello bis alle nuove brigate rosse che troppo spesso siamo inclini a dare per morte alla fine degli anni '80. Come allora, pugni chiusi sollevati dentro le gabbie, con il tribunale che diventa il palcoscenico dove si celebra la rivoluzione armata. Ma quel che è peggio è il contorno dei ragazzini che bigiano la scuola per applaudire il proclama di morte e le bandiere No Tav che sventolano a dispetto di polizia e carabinieri quasi fosse lì, nello scippo perpetrato ai valligiani, lo spazio di manovra dei nuovi terroristi. Peggio questo, ci pare, delle parole di uno come Alfredo D'Avanzo, l'ex operaio Fiat considerato il nuovo capo delle brigate rosse in versione "partito comunista politico militare" che se vogliamo ha fatto il mestiere suo, grato che gliene fosse data l'occasione. Cioè ha in­neggiato alla rivoluzione proletaria, ha ca­valcato il clima di tensione che si respira nel Paese dopo l'attentato di Genova e ha concluso che è il momento buono. Per fare cosa lo ha spiegato il "delegato" torinese Vincenzo Sisi, ex sindacalista secondo il quale «solo con le armi si sovvertono i poteri». <br /><br />Parole note, tristemente, che ci riportano al clima degli anni di piombo dove ogni processo diventava il luogo dove suonare la grancassa dell'eversione. Ieri, però, c'è stata la sensazione che chi era venuto in aula lo avesse fatto per dimo­strare di esserci, e soprattutto di condi­videre. Quelle maglietta preparate ad arte con il pennarello, la scritta "solidarietà" e gli applausi agli imputati nella totale in­differenza verso chi era chiamato a man­tenere l'ordine in aula, forse la dicono lunga sul fatto che i cattivi maestri stanno facendo proseliti. Sembra quasi che i fian­cheggiatori di un tempo, preoccupati di sostenere i brigatisti nell'anonimato siano stati sostituiti da una nuova generazione più sfrontata. Che non ha paura di farsi vedere in faccia, che forse ha già fatto esperienza nei cantieri No Tav, o nelle piazze di Milano, di Torino e di Roma. Se c'era qualche dubbio sulle parole, appa­rentemente improvvide del ministro Can­cellieri che ha paragonato la Tav alla madre di tutte le preoccupazioni per l'ordine pub­blico, oggi una riflessione va fatta su questa galassia disordinata ma pericolosa che si muove attorno ai professionisti dell'ever ­sione. Senza farci troppo caso forse li ab­biamo lasciati addestrare alla guerriglia proprio in val di Susa e poi negli scontri di piazza. <br /><br />E abbiamo sottovalutato tutti il fatto che imbracciassero bastoni e impu­gnassero pietre, anzichè le pistole di un tempo. E ci ritroviamo ad avere a che fare non con una sigla che ha i suoi coman­damenti, per quanto aberranti, ma con un insieme di formazioni sparse, magari senza nome, ma non per questo meno pericolose. Temiamo ci attenda una fase delicatissima di indagini e di analisi, con un vantaggio in meno rispetto al passato: non ci pare, per il momento, che qualcuno abbia anche solo mostrato un'ombra di pentimento.<br /><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Wed, 16 May 2012 09:39:21 +0100</pubDate>
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					<title>Il pericolo in chiaroscuro</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/25364_il-pericolo-in-chiaroscuro.html</link>
					<description>Ad Alessandria il ministro Cancellieri lascia incise sui taccuini dei cronisti delle parole che sono un vero e proprio carico da 90: «La Tav è la madre di tutte le preoccupazioni». A Pavia, poco dopo, aggiunge che le preoccupazioni riguardano il progetto in sé, l'andamento dei lavori, le problematiche dei comuni coinvolti. Alla fine, da Roma arriva la precisazione definitiva: «La frase non è riferita al rischio terrorismo». Dietrofront? Prudenza re­troattiva? Eccesso di "entusiasmo" dei cronisti che si ap­puntano le parole della titolare del Viminale? Fatto sta che ormai il polverone si è sollevato e con un volume tale da suscitare una ridda di reazioni indignate dalla Val di Susa ancor prima che il ministro arrivi a Pavia. <br /><br />Quello che non si può negare, al di là delle polemiche o delle precisazioni, è che al Tav sono legate problematiche che i comuni e il territorio vivranno direttamente sulla pro­pria pelle: «Le preoccupazioni relative alle opere da realizzare per l'alta velocità To­rino- Lione, alle esigenze delle comunità lo­cali e ai problemi di ordine pubblico» recita testualmente la nota del Viminale. Ed è proprio la questione ordine pubblico quella principale. Perché questi anni sono stati segnati da notevoli problemi di ordine pub­blico collegati al Tav e la relativa conte­stazione, non serve certo ricordarli. Situa­zioni che hanno comportato la necessità di impegnare un gran numero di uomini delle forze dell'ordine. E potrebbero servirne an­cora di più per fronteggiare il rischio ever­sione che, al di là della questione Tav, si sta affacciando dopo la gambizzazione del ma­nager dell'Ansaldo. <br /><br />Chi si cela dietro la nuova strategia eversiva, al di là delle sigle, trae certo giovamento dalle situazioni di caos, dai disordini, dalla rabbia sociale. Per questo, giustamente, il ministro Cancellieri precisa che sì, verrà impiegato l'esercito, ma ciò che maggior­mente può servire è il lavoro di intelligence. L'indagine vera e propria dovrà avere la precedenza. E inoltre non è possibile di­stogliere uomini da altre criticità.<br />Il momento è delicato, questo lo abbiamo ben chiaro tutti. Dunque dobbiamo ragionare an­che al di là delle parole e delle dichiarazioni. Tra esternazioni e precisazioni, c'è un fatto che non si può ignorare ed è la circolare proprio del Viminale a Prefetture e Questure per alzare il livello di guardia, per predi­sporre la sorveglianza e la protezione dei possibili obiettivi. Giovedì, poi, verrà ana­lizzato il piano antiterrorismo propriamente detto. Un piano che sarà modulato sulla base delle criticità e delle situazioni a rischio sull'intero territorio nazionale, nessuna esclusa, perché coloro che adesso hanno sparato, e in precedenza hanno disseminato di bombe la penisola, questo cercano: una situazione di contrasto, di caos, di confu­sione anche istituzionale nella quale mi­metizzarsi e prepararsi a colpire, fregan­dosene bellamente delle motivazioni o delle idee di coloro che gli stanno intorno. Dun­que, bene la prevenzione e l'intelligence, ma serve a livello istituzionale e non solo - e non certo solamente in Val di Susa - un passo in più: quello necessario per abbandonare ta­luni chiaro-scuri, per uscire dalle zone d'om ­bra, dalle ambiguità che in passato hanno già richiesto un tributo altissimo.<br /><br />andrea.monticone@cronacaqui.it <br /></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Tue, 15 May 2012 10:15:05 +0100</pubDate>
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					<title>Il veleno nella minestra</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/25239_il-veleno-nella-minestra.html</link>
					<description>Era inevitabile che succedesse. Ed è successo con una puntualità cronometrica per aggiungere il veleno alla nostra minestra quotidiana già po­vera di sapori e di sostanza. Mi riferisco al comunicato pubblicato sul web che a suo modo, con la malizia di chi è comunque abile con la penna, rivendica due fatti di sangue accaduti a Torino e a Genova. Due paginette fitte, se uno ha voglia di stamparle, dove i Gap, gruppi armati proletari, una vecchia sigla del terrorismo rosso, appena velata da una "n" che sta per nuovo, tentano di fare propri l'agguato al consigliere co­munale dell'Udc, Alberto Musy colpito a pistolettate sotto casa il 21 marzo e la gambizzazione del manager dell'Ansaldo nucleare Roberto Adinolfi, aggredito a Genova lunedì da due uomini armati e colpito a bruciapelo. <br /><br />Un mes­saggio inquietante perchè parla di giu­stizia proletaria contro i servi dello Stato prendendo a prestito dai vecchi maestri dell'eversione qualche pizzico di sostan­tivi e di aggettivi, per servirci cotto e mangiato un discorsetto sul popolo op­presso costretto a sacrifici quando non addirittura incarcerato, torturato o peg­gio. Come dire insomma che c'è chi fa giustizia dei soprusi e lavora per una "nuova rivoluzione popolare". Un qual­cosa che sta a metà tra una rivendi­cazione (che non pare avere qualche appiglio con la realtà dei fatti) e un attestato di benemerenza nei confronti dei criminali che, anche a diverso titolo e con diverse motivazioni, hanno impu­gnato le armi per sparare. Insomma una bufala, o peggio il tentativo di farsi pub­blicità in un momento in cui l'Italia è a bagnomaria tra crisi reale, crisi politica, suicidi a raffica sotto la spinta di debiti, perdita del lavoro o cartelle esattoriali, mentre Roma non sa cedere neppure un centesimo dei privilegi della politica. Un' occasione ghiotta per infilare il veleno nella minestra, come dicevamo prima e aggiungere tensione alla tensione. <br /><br />E qui, a nostro parere, sta la trappola maligna di chi tenta di aggiungere due tacche alle pistole che forse non saneppure come sono fatte. Loro, siano tanti o pochi, disorganizzati oppure organizzati in squadracce cercano il nostro conforto. Peggio vogliono che i giornali, la tv e il web battano la gran cassa e li tengano vivi, celebrando gli effetti nefasti di una nuova era eversiva. Non cadiamo nell'er­rore, non beviamoci le panzane travestite da notizie. Basta la cronaca dei fatti, evitiamo i commenti cercando di scovare, tra le righe, strategie che magari esistono solo nella testa malata di chi scrive. Musy e Adinolfi a quanto può capire un cro­nista che non ha accesso alle segrete cose, hanno in comune solo un elemento: il casco da motociclista indossato da chi ha sparato. Le armi sono diverse, le tecniche dell'agguato pure, le motivazioni - lo sostengono gli inquirenti - assai diffe­renti. Dunque calma. Consideriamo al massimo queste due paginette come un campanello d'allarme a cui, ci pare, le massime autorità dello Stato abbiamo già dato risposte.<br />beppe.fossati@cronacaqui.it</description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Thu, 10 May 2012 09:46:07 +0100</pubDate>
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					<title>I fantasmi del passato</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/25140_i-fantasmi-del-passato.html</link>
					<description>Un colpo di pistola sparato alle spalle con una rivoltella, una Tokarev 7,62 che puzza di ter­rorismo lontano un miglio. Per terra resta un manager di Stato, Roberto Adinolfi, 59 anni, ammi­nistratore delegato di Ansaldo Nucleare, gruppo Fin­meccanica. Ha una gamba spezzata in due da un proiet­tile. Sullo sfondo un complesso residenziale di Marassi, alla periferia di Genova. Tre elementi, la pistola, la tecnica della gambizzazione, la città che richiamano alla memoria i riti tragici di quarant'anni fa quando all'An- saldo sparavano le brigate rosse. <br /><br />Se c'è un collegamento con i tempi bui dell'eversione, non lo sapremo fino a che qualcuno non si degnerà di rivendicare l'attentato. Ma di certo i simboli si sprecano in questa storia che cade, con puntualità tragica, in una mattina ancora elettorale, mentre nelle urne si accalcano le schede che condanno la politica tradizionale. C'è un nesso logico tra l'agguato e l'appun ­tamento con le elezioni amministrative? C'è, dietro gli spari, un monito contro lo Stato, come a dire "siamo tornati, siamo in guerra?". Troppo facile sarebbe gridare oggi al ritorno del terrorismo. E anche troppo banale perchè quel terrorismo brigatista è cosa passata e oggi l'eversione viaggia su internet, stringe collegamenti internazio­nali, si avvale di una nebulosa incerta che sta a cavallo tra l'anarchia e l'insurrezio­nalismo. Peggio o meglio non si sa. Certo, mentre gli inquirenti cercano di isolare le piste e di capire se quegli spari non hanno altra ragione, magari personale, arriva il ministro Cancellieri a escludere che il mo­vente vada cercato nella vita privata o la­vorativa del manager. <br /><br />Che in sostanza pro­muove la matrice eversiva come la pista più accreditata da perseguire. Se è così, sono guai seri. Per tutti. Ed ecco che spunta, con l'autorevole firma dei Ros dei carabinieri, la tesi che gli esecutori materiali dell'attentato possano far parte della galassia anarco­insurrezionalista che da mesi ha lanciato attraverso il web un appello ad alzare il tiro. Ossia, per usare parole povere, ad usare le armi. Pistole e bombe come quelle esplose lo scorso anno in Germania o nella sede di Equitalia a Roma. Ed ecco che gli obiettivi tornano ad essere scelti con cura. Come le date in cui eseguire le "sentenze". La con­comitanza con le elezioni amministative, ma anche con la convocazione del consiglio di amministrazione di Ansaldo. Segno di quella meticolosa preparazione che in pas­sato ha insanguinato l'Italia. E che oggi potrebbe avere una deriva ambientalista capace di scegliersi nuovi simboli da ab­battere: la Tav in Valle di Susa piuttosto che gli stabilimenti dell'Eni sparsi in giro per il mondo e già colpiti con attentati dina­mitardi, o l'Ansaldo nel suo ramo nucleare. Comunque sia quello che fino a pochi mesi fa pareva un allarme gridato ad arte, oggi con l'attentato al manager Finmeccanica, trova preoccupanti conferme. Ma ciò che preoccupa di più è il clima in cui sembra maturare questa nuova stagione eversiva. Con la crisi, la tensione sociale, i gesti disperati, la disoccupazione e la povertà a fare da sfondo a provocazioni intollerabili che - secondo gli stessi vertici dell' an­titerrorismo «non possono e non devono in nessun modo essere sottovalutate dalla classe dirigente di questo Paese che deve dare una immediata risposta politica».<br />beppe.fossati@cronacaqui.it</description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Tue, 08 May 2012 09:30:11 +0100</pubDate>
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					<title>Il pozzo dei privilegi</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/25019_il-pozzo-dei-privilegi.html</link>
					<description><p>Il governo è stato battuto in aula al Senato su quattro emendamenti che riguardano le pensioni dei manager pubblici. Fa piacere sapere che viene così cancellata dal decreto legge una delle solite furbate di cui la nostra burocrazia va fiera. E in particolare quella che consentiva trattamenti previdenziali privilegiati anche ai dirigenti pubblici che si erano beccati una riduzione dei loro dorati stipendi. Un modo come un altro per far rientrare dalla finestra quello che, con clamore mediatico, era uscito dalla porta. Ma fa meno piacere scoprire che il governo dei tecnici, apparentemente immuni dai lacciuoli della politica, aveva espresso parere favorevole ad ulteriori esborsi, ovviamente alla faccia nostra. La beffa non è passata grazie ad un inedito pattuglione composto da Pdl, Lega e Idv che temiano si sia unito più per timore della prossima tornata elettorale che per reale convinzione contro gli sprechi pubblici, ma in ogni caso il popolo bue, per interposta persona, ha segnato un punto a proprio favore.</p>
<p>Quello che manca e che invece tutti auspichiamo è il taglio delle pensioni d'oro. E dei privilegi connessi. Non i ritocchini, il taglio netto e definitivo. Così, per rinfrescarci la memoria, in attesa che il Commissario Bondi, ex superman Parmalat, considerato la spada più affilata della Penisola e assoldato da Monti per fare a fette la spesa pubblica, ci ascolti e ci consoli, vi riassumiamo qualche italica vergogna sui giovanotti con un grande avvenire dietro le spalle che si godono la vita dopo gli anni (pochi) di militanza parlamentare.</p>
<p><br />Cominciamo da Alfonso Pecoraro Scanio, ex leader dei Verdi ed ex ministro dell'Ambiente. Alla Camera dal 1992, nel 2008 non è riuscito a farsi rieleggere, ma da allora, cioè da quando aveva appena 49 anni, riscuote il vitalizio assicuratogli dalla Camera: ben 5.802 euro netti al mese. Lo segue Oliviero Diliberto altro grande ex uscito di scena nel 2008 causa tonfo elettorale della sinistra. Segretario dei Comunisti italiani ed ex ministro della Giustizia, si consola riscuotendo 5.305 euro netti al mese. Idem dicasi per Pietro Folena, ex enfant prodige del Pci-Pds, passato a Rifondazione e trombato nel 2008: a soli 51 anni ha cominciato a riscuotere 5.527 euro al mese. Potremmo continuare fino ad annoiarvi, o fare di peggio, citando Toni Negri, ex leader di Potere operaio, fatto eleggere mentre era in carcere per terrorismo nel 1983 dai radicali di Marco Pannella, e rimasto a Montecitorio giusto il tempo per preparare la fuga e rifugiarsi in Francia. Ciononostante, oggi percepisce una pensione di 2.199 euro netti.<br /><br /> Come dire che al peggio non c'è limite e che, anche in un momento in cui al cittadino normale sono imposte regole ferree, la Casta è immune da qualunque sacrificio. Tant'è che nel frattempo, l'andazzo continua, con l'esercito dei parlamentari pensionati che si ingrossa sempre più, fino a toccare il record dei 3.356 vitalizi erogati fra le 2.308 pensioni dirette e le reversibilità, divise tra le 625 alla Camera e 423 al Senato. Un fardello che si traduce ogni anno in una spesa di 200 milioni di euro, oltre 61 dei quali pagati da palazzo Madama e i restanti 138 da Montecitorio. È il pozzo senza fondo del privilegio a cui, per un caso, o per paura, o magari anche per una ventata di ritrovata verginità, una pattuglia di senatori ha mandato sotto il governo tecnico che si preparava a farci un altro servizietto. L'ennesimo, ma temiamo non l'ultimo.</p>
<p><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Thu, 03 May 2012 09:50:37 +0100</pubDate>
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				<item>
					<title>Ma quante auto blu servono al Paese?</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24903_ma-quante-auto-blu-servono-al-paese.html</link>
					<description>Per la legge del contrappasso, sono proprio i teorici del rigore solitamente a incappare in gaffe, in­fortuni, "refusi" e via dicendo. E il governo Monti non fa eccezioni. Perché proprio nei giorni in cui il premier ribadisce che non esistono scorciatoie, che solo sacrifici (ma di chi? Nostri, ovvio) e rigore possono portarci lontano dal baratro, ecco che sul Web rimbalza la novità: lo Stato lancia un bando per l'acquisto di 400 auto blu.<br />Indignazione, attacchi, insulti: nei vari siti Internet si legge un po' di tutto, mentre gli internauti si rimpallano la notizia e continuano a diffonderla instancabilmente. <br />Ma come: il governo chiede a tutti i sacrifici, ci prepara un conto da migliaia di euro a famiglia, e poi va a spendere soldi (circa 10 milioni) per acquistare ancora auto blu? E così nel pomeriggio arriva, come in occa­sione del "refuso" sulle esenzioni ticket per i disoccupati cancellate, la precisazione. Il bando di cui si parla non è per l'acquisto di nuove vetture di servizio, bensì solo per la stipula delle convenzioni. In poche parole, si fa un bando per ottenere il prezzo migliore e poi, quando occorrerà rinnovare la flotta pubblica (non solo dello Stato, anche delle Regioni), sarà quello il riferimento per gli acquisti di berline di cilindrata non supe­riore a 1.600 centimetri cubici. Peccato, pe­rò, che anche questo bando finisca per stri­dere un poco con le intenzioni sbandierate in passato: riduzioni progressive di anno in anno, passaggio dai mezzi di proprietà a quelli in leasing, in comodato o a noleggio a lungo termine, che a conti fatti garantiscono risparmi immediati considerevoli, senza contare che verrebbe meno l'esigenza della manutenzione e che si risolverebbe il pro­blema dell'invecchiamento del parco mez­zi.<br />Viene spiegato che questo bando è studiato per forze dell'ordine e associazioni di Pro­tezione Civile, che maggiormente hanno ne­cessità di mezzi adeguati. E infatti chiunque può rendersene conto osservando le con­dizioni in cui operano poliziotti, carabinieri, pompieri e via discorrendo. Che differenza, invece, con i ministri sulle loro berline sem­pre splendenti e rombanti in autostrada o nelle strade delle nostre città...<br />Per capire poi come la notizia possa aver provocato non poca indignazione, giova ri­cordare che il parco mezzi pubblico conta circa 60mila veicoli: 10mila auto blu di alta fascia, per ministri e alti dirigenti, e altre 50 mila auto di servizio, che costano comples­sivamente quasi 2 miliardi di euro l'anno al contribuente. Cui si devono aggiungere altre 800 vetture che, per qualche ragione, giac­ciono inutilizzate in garage. Nel frattempo, nelle nostre città gli investigatori usano co­me auto civetta vecchie Fiat Tipo o Uno, Alfa con mezzo milione di chilometri, con le immaginabili conseguenze. Non neghiamo che queste vetture servano alla pubblica amministrazione: ma davvero c'è la neces­sità di 10mila auto per ministri e dirigenti? Si spostano sempre tutti assieme, non esiste la possibilità di una turnazione? E, a questo punto ce lo chiediamo, davvero abbiamo tutta questa gente che lavora per il Paese?<br />andrea.monticone@cronacaqui.it <br /><br /><br /></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 10:26:22 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Chi sono i bocconiani, loro o noi?</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24856_chi-sono-i-bocconiani-loro-o-noi.html</link>
					<description><p> Diciamocelo con franchezza: sull'Imu che è il vero spauracchio delle famiglie italiane si viaggia a fari spenti nella notte. Nessuno sa quanto dovrà pagare, anche per approssimazione. E soprattutto nessuno sa quanto renderà al Paese e ai Comuni questo sacrificio sul bene rifugio per eccellenza, che sa tanto di patrimoniale mascherata (assai male) dal governo dei Professori. C'è una sola certezza: si paga e si paga subito. Prima ancora di sapere a quanto ammonta il conto totale, che non è stato rateato per graziosa concessione dei governanti, ma per le oggettive problematiche legate sia alla revisione degli estimi catastali, sia alle aliquote che devono essere imposte dai Comuni. Diciamo subito, per chi ci legge, che Torino sarà probabilmente la città più esosa dell'intero stivale. Siamo sotto il patto di stabilità, abbiamo debiti pazzeschi ereditati dalle spese faraoniche per le Olimpiadi e siamo vittime di un taglio dei romani che vale 230 milioni di euro. Dunque è probabile che l'aliquota per la prima casa salga, rispetto ad una media nazionale che si attesta sul 4 per mille, al 5,5. <br /></p>
<p>Il che, traducendo in soldoni, vuol dire che un appartamento medio in una zona semicentrale di Torino si pagherà attorno ai 1.200 euro contro i 18,97 di Catanzaro, i 545 di Bologna, i 530 di Genova e i 687 di Milano. Per cominciare il ragionamento ci pare che basti. Peggio, molto peggio, accadrà per chi possiede una seconda casa. Le aliquote andranno al massimo e anche in questo caso Torino farà da apripista: rispetto a quanto previsto dal decreto "salva Italia" (0,76 per mille) a Torino il prelievo salirà all'1,06. Dunque la stangata, per altro condivisa con molte altre grandi città, sarà pesante: la tassa varrà oltre il doppio della vecchia Ici.</p>
<p><br />Ma siamo sempre alle indiscrezioni. La verità vera è che neppure lo Stato, che questa tassa l'ha introdotta e al quale andrà la stragrande maggioranza dei proventi, sa ancora calcolarne il valore. Roba da matti. Se non ci riesce un governo composto quasi integralmente da professori, come faranno la madama Maria o il signor Pautasso a fare di conto? E qui nasce la tassa aggiuntiva, quella da pagare subito. Sotto forma di onorario ai professionisti per farsi assistere nella compilazione delle scartoffie di rito. Per carità, lungi da noi gettare la croce su geometri, commercialisti e ragionieri, ma permetteteci di chiederci perché, in un decreto che reca la pomposa etichetta "semplificazioni", per di più nei tempi del trionfo del telematico, ci si ritrovi a dover far di conto sulla carta del formaggio. Che siano i signori ministri con ampio seguito di sottosegretari e funzionari strapagati a darci la soluzione.</p>
<p>I bocconiani chi sono, loro o noi?</p>
<p><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 09:52:34 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Le tasse si mangiano il nostro futuro</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24816_le-tasse-si-mangiano-il-nostro-futuro.html</link>
					<description>La stangata fiscale abbatte gli animi, svuota i portafogli e soprattutto deprime i consumi. Con un rischio di fondo: quello di servire poco o nulla nella superba sfida del "salva Italia" che è il fiore all'occhiello del governo dei Professori. Bene, fin che lo diciamo noi, qualcuno può accusarci di essere i soliti qualunquisti che cavalcano l'onda della rabbia collettiva. Ma quando lo dice la Corte dei Conti, ossia la massima magistratura contabile del Paese, allora sono dolori. E la Corte dei Conti lo ha detto chiaro e tondo, senza giri di parole. Durante un'audizione alla Camera sugli effetti del decreto fiscale il presidente Luigi Giampaolino ha specificato che «si può calcolare che l'effetto recessivo indotto» dal cumulo delle tassazioni (casa in primis, aggiungiamo noi) «dissolverebbe circa la metà dei 75 miliardi di correzione netta attribuibili alla manovra di equilibrio». In altri termini i sacrifici degli italiani saranno completamente inutili. Quelli già sofferti e quelli che saremo chiamati a fare non appena il sole di giugno ci porterà a mettere mano al portafoglio per il primo anticipo dell'Imu a cui corrisponderanno puntualmente i già annunciati rincari sull'energia elettrica, sul gas e, di conseguenza, su tutti i prodotti derivati. <br /><br />Soldi buttati via, dunque? Con «le misure varate - spiega ancora il presidente Luigi Giampaolino - quello che si prospetta è una sorta di corto circuito rigore/crescita il cui pericolo non è stato affatto dissipato dal decreto varato dal Governo». Traducendo in parole povere la tassazione feroce che ci porta sul tetto d'Europa (e forse del mondo) in quanto a prelievo fiscale imposto a singoli e imprese deprime in un sol colpo i consumi e rallenta una crescita che è di poco superiore allo zero. L'allarme, tanto per rovinarci anche il giorno festivo, è condiviso da Bankitalia che, pur riconoscendo la necessità di un piano di risanamento dei conti pubblici, afferma che le manovre hanno avuto inevitabili effetti negativi sull'attività economica e che «il Paese potrà tornare a crescere solo con il taglio delle tasse» che deve restare l'obiettivo principale. Ma allora a che gioco giochiamo? La Corte dei Conti sostiene che il ricorso eccessivo al prelievo fiscale sta azzoppando il paese, Bankitalia aggiunge che bisogna tagliare le tasse.<br /><br /> E il Governo? Inossidabili i professori hanno in serbo la tassa di scopo sulla casa (l'abbiamo scritto ieri) ma non hanno tagliato che briciole dal gigantesco panettone della spesa pubblica, nonostante gli inviti espliciti della magistratura contabile. Stesse auto blu, stessi finanziamenti ai partiti, stessi privilegi ai dipendenti dei palazzi dove un usciere guaùdagna quanto Obama. Una vergogna a cui se ne aggiunge un'altra, freschissima che viene dal regno del Guardasigilli, Anna Maria Cancellieri la quale, a dispetto dell' innalzamento dell'età pensionabile per noi poveri mortali, propone uno scivolo per il 10 per cento dei dipendenti del Viminale, grazie «ad un pensionamento anticipato senza traumi». Ma ci pigliamo per i fondelli? La proposta, che sembra fatta apposta per demolire la residua credibilità del governo, per ora è lì, sospesa tra terra e cielo. Ma la dice lunga su come anche i Professori si siano immediatamente assuefatti al clima romano. Ovviamente sempre a spese nostre. Un po' troppo anche per il popolo bue.
<p><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 09:53:44 +0100</pubDate>
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				<item>
					<title>La manovra "spacca famiglie"</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24763_la-manovra-spacca-famiglie.html</link>
					<description><p> Riassumendo, con il decreto "salva Italia" abbiamo subito ufficialmente l'aumento del bollo bancario, l'imposta sul lusso, l'anticipo al 2012 (praticamente domani) dell'Imu con aliquote più alte dell'Ici che prima esentava la prima casa, l'aumento delle rendite catastali. Oltre a quello della benzina e del gasolio, delle tariffe elettriche, del gas, dei trasporti (logica conseguenza di quello dei carburanti), degli alimentari. Un conto "spacca famiglie", soprattutto in un momento in cui un lavoratore su cinque è alle prese con crisi aziendali, cassa integrazione, mobilità.</p>
<p><br />Poi c'è stato lo slittamento dell'età pensionabile, sono saltati fuori gli esodati, ossia i pellegrini che imboccato lo scivolo offerto dalle aziende per lasciare il posto di lavoro oggi si trovano nella veste scomoda dei disoccupati a vita. Ci sembrava ce ne fosse d'avanzo in questa purga ministeriale che passerà alla storia come la "manovra dei Sapienti". E invece ecco che, spulciando nel decreto finale appena approvato dalla Camera, spunta l'ipotesi di una seconda Imu, vestita allegramente come una tassa di scopo che, colpendo ancora una volta gli immobili, dovrebbe consentire ai Comuni - o meglio ancora ai sindaci - di finanziare scuole, biblioteche, asili, parchi, strade e parcheggi. Niente di certo, per carità, ma piuttosto una velata minaccia.<br /><br /> Una spada sospesa sulla testa degli italiani che già si sbracciano per chiedere a destra e a manca quanto dovranno pagare per l'Imu, in quante rate, con quale conguaglio a dicembre e via discorrendo. Ma non si rendono conto i Sapienti Professori che la nostra capacità contributiva è esaurita e che, così facendo, la casa, che rappresenta il nucleo primario del nostro risparmio, si sta trasformando oltre che in un incubo anche in una fonte di disagio e di povertà? Quante di queste abitazioni, e parlo soprattutto dei monolocali, o dei bilocali in massima parte abitati da anziani soli o da giovani coppie finiranno sul bollettino delle vendite all'asta non appena le mani adunche degli esattori verificheranno le imposte non pagate? La domanda non è retorica. In Italia ad oggi sono 1 milione e 700 mila le abitazioni ipotecate, a Torino - per fare un esempio - la cifra accertata supera le 30mila, a cui se ne aggiungono altre 22 mila su cui gravano "provvedimenti amministrativi". <br /><br />Dunque il patrimonio è già a rischio a causa della crisi che non è cosa di oggi, e neppure di ieri. Dunque il bene da colpire per spremere moneta è già di fatto in grave sofferenza, senza bisogno di nuovi balzelli. Serve, e non solo per il buon esempio, anche se ce ne sarebbe bisogno, mettere mano ai tagli della spesa pubblica. farla finita insomma con le promesse che non vanno mai a buon fine, con il finanziamento ai partiti che finisce solo in vergognose speculazioni a nostro danno se non addirittura in viaggi e spaghettini al caviale. È dal 1986, vale a dire 26 anni addietro, che si sa come spariscono i soldi dei contribuenti in stipendi d'oro, vitalizi e prebende nella pubblica amministrazione, senza contare le tangenti e le grassazioni di cui forniscono cronache quotidiane il nostro e gli altri giornali. Basta volerlo fare, cari Sapienti Professori senza farci credere che, prima, bisogna studiare i modelli europei. oltre frontiera siamo già una barzelletta. Che fa piangere.</p>
<p><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Tue, 24 Apr 2012 09:28:50 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Si chiama Imu. E' l'incubo degli italiani</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24666_si-chiama-imu-e-lincubo-degli-italiani.html</link>
					<description>Ricordo ancora, come se fosse oggi, le parole di mio nonno quando, da piccolo mi faceva cadere in mano la paghetta della settimana. «Metti una moneta da parte, così da grande ti potrai comperare una casa». Una tiritela che si ripeteva ogni volta, come se un bambino potesse capire il valore del risparmio e programmare, fin dalle elementari, l'importanza del mattone. Inutile dire che i soldini finivano nel biglietto del cinema dell'oratorio e in un pacchetto di caramelle. E il nonno lo sapeva benissimo. Ma lui non rinunciava alla sua lezioncina e io lo accontentavo asserendo con il capo, pronto a fuggire via con i miei amici. Facevamo tutte e due la nostra parte. E la vita fuggiva via. Serena, almeno allora. Erano quelli i tempi in cui la casa era il vero bene rifugio in cui le famiglie si consideravano tali solo quando avevano un tetto proprio sulla testa. I tempi, per farla breve, in cui la casa era la garanzia del futuro. Oggi magari è ancora così anche se il mattone spesso è un sogno inarrivabile. <br /><br />Oppure, come sta capitando da qualche mese a questa parte è il soggetto degli incubi peggiori. Mi riferisco all'Imu che come tassa è già antipatica di per se, al punto da farci rimpiangere l'Ici che avevamo digerito e codificato nel nostro tran tran di vita. Sapevamo quanto ci toccava pagare, ricevevamo i bollettini, pianificavamo la spesa. E soprattutto non eravamo costretti a vivere nell'ansia di non avere i quattrini per pagare. L'incertezza uccide. E noi ci viviamo tutti in questo limbo che, detto chiaro, non immaginavamo potesse esistere, soprattutto quando a governarci è un pull di stimatissimi Professori. Come è possibile ci chiediamo tutti che si colpisca il bene primario delle famiglie senza neppure un parametro di riferimento? O peggio come immaginare che ognuno di noi scomodi parenti, amici, commercialisti e geometri per fare - in proprio un calcolo che spetta all'amministrazione dello Stato? Nell'era della tecnologia e dei pagamenti on line ci ritroviamo tutti a fare i conti sulla carta del formaggio: prendiamo la rendita catastale, la rivalutiamo in proprio del 60 per cento poi aggiungiamo l' ipotetico prelievo imposto dal comune in cui abitiamo. Quanto? Mistero. Chi dice 5, 5 per mille (Torino), 4 per mille a Milano. <br /><br />Su e giù per il pallottoliere per gli altri comuni a secondo dello stato di salute delle finanze locali. E il mistero si infittisce con la storia delle rate. Quanto pagheremo a giugno? Quanto a settembre? E soprattutto a quanto ammonterà il conguaglio di dicembre? I maligni dicono che sarà il più salato, anche per via delle tredicesime che dovrebbero dare un po' di ossigeno alle famiglie. Parole in libertà. La morale è una sola: nell'incertezza del balzello si ferma tutto, anche la spesa necessaria. E i consumi vanno a picco mentre dilaga la follia fiscale.
<p>beppe.fossati@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 09:45:10 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Un antivirus per la politica</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24620_un-antivirus-per-la-politica.html</link>
					<description>Occorre fare molta attenzione quando si parla di "antipolitica". Per quanto certi analisti e molti amanti della demagogia si affrettino costantemente a celebrare i funerali della politica intesa come espressione dei partiti, a elogiare le spinte al cambiamento che giungono dal basso, dal popolo, occorre non dimenticare quale davvero è il significato della politica. Riandiamo al senso della "polis", alla partecipazione dei cittadini, di tutti i cittadini, al funzionamento della macchina pubblica. Riflessione quanto mai doverosa in questi tempi in cui la crisi di un certo sistema partitico ci ha messi nelle mani dei Professori, in cui ogni inchiesta giudiziaria, ogni rivelazione di ruberie o malaffare aumenta la sfiducia dei cittadini nei propri governanti, in coloro che manovrano nella stanza dei bottoni. <br /><br />Capita, allora, che si rivaluti un discorso di partecipazione spontanea dal basso, ma non è con il "sistema dei No" che si può mandare avanti un Paese. "Rottamare i partiti", "processare i partiti", identificarli come metastasi come fa per esempio Beppe Grillo può valere come slogan elettorale, buono per intercettare quel malcontento, quella delusione, quell'ampia fetta di voto disperso che, ormai, non può neppure più essere definito "di protesta". Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervenuto in questo scenario: «Guai a fare di tutte le erbe un fascio, a demonizzare i partiti, a rifiutare la politica», ammonendo inoltre che i partiti «non sono il regno del male, del calcolo particolaristico e della corruzione».
<p><br />Certo, lo scenario quotidiano non aiuta ad avere fiducia. Ma i partiti, intesi come elementi funzionali all'apparato pubblico, non hanno vere e proprie alternative, purché si basino su programmi e idee. Anche i movimenti maggiormente radicati, privi di programmi o di strutture adeguate, difficilmente possono andare oltre la dimensione locale o la cavalcata dello scontento. Si può fare pulizia, ovvio. Si deve fare pulizia. Occorrono regole certe, occorrono tagli drastici ai finanziamenti pubblici, servono probabilmente anche persone nuove, con la preparazione necessaria a guidare un Paese, che si sia al governo o all'opposizione. Ma poiché nulla si improvvisa, l'organizzazione partitica, la propaganda delle sezioni - dove esistano ancora, sempre che esistano ancora sul territorio -, la formazione dei giovani e la loro trasformazione in quadri e dirigenti rimangono ancora lo strumento migliore perché il cittadino possa incontrare, o riconoscere, l'espressione politica maggiormente vicina al proprio modo di sentire, ai propri ideali.</p>
<p><br />Occorre resettare il sistema, come accade a un computer quando viene infettato da un virus: non per questo si butta via un computer o si decide di tornare ai calcoli a mano. Si usa un antivirus e si installa un programma nuovo. Certo, è più difficile che buttare via tutto. Ma la politica, intesa ancora come "cosa di tutti", esige anche di affrontare le difficoltà di questo genere. La vera "antipolitica" è quella di rifiutare di prendere parte all'intero processo: dal voto, alla partecipazione, alla condivisione di un percorso, all'espressione del proprio sentire. Purché si badi più ai programmi che agli slogan; alle risorse da mettere in campo più che ai rimborsi da chiedere; alle criticità del Paese reale più che ai capricci dei propri alleati.</p>
<p><br />andrea.monticone@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 09:48:48 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Un Concordato contro la crisi</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24567_un-concordato-contro-la-crisi.html</link>
					<description>Morto un Papa se ne fa un altro. L'italiano medio quando è disperato ricorre ai detti popolari. E li adatta, a piacimento, a tutto ciò che lo circonda. Compresa la politica che in questo momento sembra aver toccato il suo minimo storico tra scandali, ruberie, privilegi, rimborsi (senza il dovuto esborso, si capisce), viaggi pagati da imprenditori avidi, soci occulti e via discorrendo. Così, per semplificare, si può tentare di archiviare pure la seconda Repubblica, la prima come si ricorderà finì con Mani Pulite, e discutere di come sarà la terza. Ci ha provato persino Francesco Alberoni discettando sul come sarà questo terzo tentativo di convincere gli elettori a fare il proprio dovere senza dare un calcio alle urne e alle schede che dovrebbero contenere. Sarà o non sarà bipolare? Ci saranno due schieramenti, uno che governa e uno che aspetta gli errori dell'altro per governare a sua volta? Per adesso, spiega il sociologo, la terza Repubblica è nata da un accordo, promosso dal presidente Napolitano, che unisce i tre maggiori partiti e sospende il bipolarismo. Ma il contesto è tutt'altro che sereno. <br />Ci sono forze che vorrebbero tornare al proporzionale e al parlamentarismo della prima Repubblica. E altre che, fomentando la rabbia della gente, cercano solo il caos. O giù di lì. Intanto le cronache ci riportano i blitz della guardia di finanza a caccia di diamanti nella sede della Lega, mentre altre raccontano di scandali internazionali e altre ancora discettano della sindrone di Scajola (ricordate l'alloggio fronte Colosseo di cui l'onorevole non ricordava le regalie?) riferendosi ai viaggi del governatore Formigoni. E la gente? E gli imprenditori che si tolgono la vita perchè non possono più fare fronte agli esattori del fisco? E le centinaia di migliaia di persone che hanno perso il lavoro o si trovano in cassa integrazione? E gli esodati che hanno pattuito un'onorevole uscita dal mercato del lavoro per ritrovarsi in un limbo senza speranza? Sono domande pesanti come macigni che impongono risposte immediate. Anche a costo di tornare a chiedere aiuto, come si faceva una volta, alle parrocchie. In questa direzione, ieri, l'arcivescovo di Torino, monsignor Nosiglia ha annunciato la volontà della Curia di fare squadra con Comune e Regione. Un Concordato contro la crisi con una richiesta arrivata direttamente da un assessore al lavoro: «Preghi anche per gli imprenditori». E' propio vero, in momenti di difficoltà, oltre che alla saggezza dei padri viene bene anche affidarsi a qualcuno che sta lassù. Mentre la politica degli uomini sta a guardare.
<p><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 09:44:34 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>La tassa sulla disgrazia</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24521_la-tassa-sulla-disgrazia.html</link>
					<description>Nel nostro Paese ciò che viene cacciato dalle porte rientra sempre dalle finestre. Per esempio: una imposta viene bocciata dalla Consulta? A rigor di logica, si dovrebbe abbandonare il progetto e cercare di cavar soldi in qualche altro modo. E invece niente: basta una virgola, una modifica a una frase, quasi un cavillo, ed ecco che la stangata è servita.<br />Nel caso specifico parliamo della "tassa sulla disgrazia", che già da questa definizione spiega molto bene che razza di impatto potrà avere sui cittadini. Si tratta di una sovrattassa sul costo della benzina per finanziare la Protezione Civile. Come detto, (...)<br />(...) la Consulta aveva bocciato questo ulteriore balzello, ma il Consiglio dei ministri, approvando in via preliminare la riforma della Protezione Civile, l'ha reintrodotto sotto forma di "possibilità". In poche parole, le Regioni alle prese con un'alluvione, un terremoto o simili, non appena dichiarato lo stato di calamità, potranno, se lo ritengono opportuno, aumentare di 5 centesimi al litro al prezzo del carburante. E se a qualcuno pare una boutade, basti pensare che in Piemonte è già successo, per fare fronte ai costi di alluvioni passate per cui si aspettavano i denari dallo Stato. Non essendocene nelle casse pubbliche, si è risposto: aumentate la benzina.<br /><br />In una democrazia, la pressione fiscale dovrebbe essere commisurata a redditi individuali, potere d'acquisto e via discorrendo. Qui, invece, si applica un prezzo uguale per tutti, che ovviamente pesa in maniera diversa sulle finanze di ognuno. Per intenderci: il "furbetto" in Cayenne, magari evasore fiscale, non ci farà neppure caso. Il malcapitato che usa l'auto per lavoro, magari perché il trasporto nella sua zona è a dir poco carente, si troverà un esborso non da ridere. Il Codacons, per esempio, ha già fatto alcuni calcoli: un aggravio di spesa pari ad almeno 73 euro annui ad automobilista solo di costi diretti. In una situazione dove già adesso il prezzo alla pompa sfiora o supera i due euro al litro.<br /><br />Intendiamoci. E' sacrosanto finanziare la Protezione civile e supportare il lavoro di quegli operatori e volontari che, anche a costo della propria incolumità, portano soccorso e aiuti nelle zone colpite dalle calamità. Lasciarli senza mezzi sarebbe una vergogna. Perché, però, i fondi necessari devono uscire dalle tasche degli onesti? Perché non utilizziamo i patrimoni di coloro che sulle disgrazie hanno speculato e intrallazzatto, coloro che mentre il terremoto distruggeva L'Aquila sghignazzavano allegramente? Per intenderci, giusto ieri sono stati sequestrati beni per 32 milioni di euro al costruttore Anemone.<br /><br />Anche questa "possibilità" va a inserirsi in un quadro desolante. Da questo governo d'emergenza continuano a venire fuori misure draconiane che toccano ceto medio e poveri diavoli e mai le banche - che pure sono state parte attiva nel disastro economico che stiamo attraversando -, per tacere dei lavoratori esodati di cui i Professori non riescono neppure a fornire una stima, ma di misure per la crescita reale non si vede traccia. Continuiamo a sentir parlare di recupero di credibilità, di ottimismo per uscire dall'emergenza, e via discorrendo, ma non abbiamo ancora sentito dire cosa accadrà quando (ammesso che se ne esca e comunque chi lo stabilisce? Non è mica la "quota salvezza" del campionato di calcio) saremo fuori dall'emergenza. Logica vorrebbe che a quel punto si ragionasse di crescita, di investimenti per il futuro. Ma non potrebbe essere troppo tardi? L'immobilismo di una classe politica che è sempre quella che crediamo di aver lasciato alle spalle con il governo Monti, caso mai qualcuno si stesse illudendo, finirebbe ovviamente per lasciarsi in uno stato di stallo che ci farebbe ripiombare al punto dove siamo ora. E allora, quale "tassa sulla disgrazia" potrebbe ancora essere partorita?<br /><br /><a href="mailto:andrea.monticone@cronacaqui.it">andrea.monticone@cronacaqui.it</a></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 10:17:55 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>La vera beffa del sistema italia</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24475_la-vera-beffa-del-sistema-italia.html</link>
					<description><br />Non c'è proprio limite alla vergogna. Dall'esame della contabilità 2001-2011 della Margherita, ge­stita fino allo scorso anno dal senatore Luigi Lusi, sono emerse spese sospette per 13 milioni di euro. Il dato emerge dalla relazione della società di consulenza Kpmg depositata ieri dai legali del partito ai pm romani che indagano sulle appropriazioni da parte dell'ex tesoriere. Tredici milioni di soldi nostri, questo non lo dice nes­suno, mentre emergono viaggi su aerei privati, altre cene con champagne e caviale, soggiorni da nababbi in alberghi di mezzo mondo, centinaia di assegni sparsi un po' ovunque. Una vera monnezza.<br /><br /><br />Che cade nel giorno in cui scopriamo con fastidio che i rimborsi elettorali saranno soggetti a regole più restrittive, dovranno essere certificati e motivati, ma resteranno più o meno gli stessi. Come dire che non cambierà nulla nel sistema di riempimento della mangiatoia pubblica sostenuta a spe­se degli italiani. Il che ci pare vada a brac­cetto con il mal vezzo del passato, compresi i mancati tagli agli stipendi dei parlamen­tari tanto sbandierati e mai attuati, neppure dal governo dei Professori. Così, mentre la Margherita dà i numeri ma non restituisce neppure un centesimo e la Lega impugna la ramazza di Maroni ma non può cancellare un passato di sperperi ingiustificati con due espulsioni, ci ritroviamo a fare i conti con i costi della politica che, invece di scendere, salgono di alcuni milioni.<br /><br /> La prova viene direttamente dalla Ragioneria Generale del­lo Stato che stima i costi del funzionamento delle nostre istituzioni in 3 miliardi e 207 milioni di euro nel 2012, contro i 3 miliardi e 184 milioni dello scorso anno. Con un incremento di oltre 23 milioni. Salgono in particolare le spese per gli uffici dei ministri e quelli per la Presidenza del Consiglio. Ma è tutta la macchina amministrativa che, a dispetto delle promesse di rigore e di sa­crifici, lievita allegramente. Mentre gli ita­liani si preparano alla stangata sull'Imu, strapagano la benzina e sopportano au­menti generalizzati su tutto, compresa l'aria che respirano, scopriamo che la Camera dei Deputati nei dieci anni che vanno dal 2001 al 2011 ha aumentato le proprie spese del 41 per cento, sbertucciandoci tutti con la pro­messa di tagli cospicui nel 2012. Che, detto per sottolineare la vergogna, ammonteran­no all'1,85 per cento.<br /><br /> Briciole. Palazzo Chi­gi, nello stesso periodo, ha visto lievitare i costi del 46 per cento. Risparmio promesso: 2,5 per cento. E il Senato? Peggio ancora. Nei dieci anni scorsi ha visto lievitare le spese del 65 per cento contro un risparmio previsto nel bilancio preventivo 2012 dello 0,34 per cento. Per capire come ci prendono in giro, vi offro tre esempi: dal 2001 ad oggi il bilancio dei fondi culturali è stato tagliato del 50 per cento, quello delle politiche so­ciali (triennio 2009-2012) del 91 per cento, e quello relativo al sostegno per le famiglie povere del 74 per cento. La beffa va ben oltre le vergognose manovre di qualche tesoriere ladro e dei suoi manutengoli. È la vera beffa del sistema Italia.<br /><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 10:15:23 +0100</pubDate>
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					<title>Un calcio ad Ali Baba e ai suoi ladroni</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24429_un-calcio-ad-ali-baba-e-ai-suoi-ladroni.html</link>
					<description>A rileggere certe cronache di un passato anche recente, noi giornalisti ci facciamo la figura dei fessi. Abbiamo riempito pagine di indignati resoconti sulle auto blu, sulle missioni all'estero (leggi viaggi esotici) di parlamentari e consiglieri regionali e comunali, sui pranzi di lavoro che in effetti erano allegre tavolate all'osteria. E poi di seguito puntigliosi conti in tasca a chi sfruttava ferrovie e compagnie aeree. Ma da orbi totali abbiamo dimenticato di dare un'occhiata ai bilanci dei partiti e dei movimenti anche se certe notiziole, compresa quella di una certo appartamentino a Montecarlo, avrebbero dovuto metterci sull'avviso del tesoretto gelosamente racchiuso nelle casseforti dei nostri garanti della democrazia. Oltre duecento milioni di euro. Rimborsi, li chiamano, peccato che il termine sia quanto meno di fantasia, visto che non ci sono, ante, gli esborsi che giustifichino l'erogazione dei fondi. Un tot per ogni voto infilato puntigliosamente nelle urne dagli elettori. <br /><br />Più voti, uguale più soldi. Anche per chi non c'è più ed è passato a miglior vita, politicamente parlando, come la Margherita (19 milioni di euro in cassa), Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e via discorrendo. Un fiume di denaro su cui non c'era neppure l'obbligo di giustificare le uscite di cassa. Come se quei finanziamenti a pioggia fossero una sorta di bancomat a disposizione di tesorieri, segretarie, portaborse e autisti, come dovrebbe certificare anche quello strano video che inquadra Bossi Jr, detto il Trota, mentre incassa una manciata di euro "a saldo" di qualche scontrino raccogliticcio. E qui, passateci la malignità, viene da pensare che se la Lega aveva il suo pesce, c'è il rischio concreto che nelle acque torbide degli altri partiti nuotino esseri simili. <br /><br />Come dire un Trota lo hanno pescato e sugli altri, chi indaga? Basta pensare all'uso assai più ponderoso dei fondi della Margherita da parte del senatore Lusi per capire che la Lega non è un caso limite. Ma semmai la normalità in un mondo che viaggia con regole da feudatari, se non da predoni da strada. Il che ci porta alla considerazione che questa stagione da qualcuno definita di "seconda repubblica" sia giunta al capolinea in un clima di tracotanza intollerabile ai più, ingenui giornalisti compresi che della Casta hanno detto di tutto, senza capire che la logica vera a cui si è ispirata per anni era la fiaba di Ali Baba e dei 40 ladroni, in libera traduzione da "Le Mille una Notte". Una situazione in cui, a ben vedere, dalla Lega beccata con lo scontrino in mano, viene una lezione non condivisa dai più: quella di dare le dimissioni. Dimissionario il padre dalla segreteria del partito, dimissionario il figlio dal consiglio regionale. E Lusi che buttato fuori dalla Margherita siede nel gruppo Misto del Senato? E Penati che cacciato dal Pd siede comunque nel consiglio regionale della Lombardia? E gli altri piccoli e grandi grassatori sbertucciati dalle inchieste su e giù per lo Stivale? Ai segretari della triade (Alfano, Bersani e Casini) impegnati a cercare un correttivo alla vergogna dei rimborsi consiglieremmo un repulisti preventivo in casa loro. Fuori i disonesti e i presunti tali. E fuori i soldi intascati senza giustificativo. Che diamine, prima di pontificare, abbiano la gentilezza di fare anche loro un bel gesto verso il povero popolo bue.
<p><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 09:45:33 +0100</pubDate>
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					<title>La Casta fa gola. Ve lo dimostro</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24335_la-casta-fa-gola-ve-lo-dimostro.html</link>
					<description>Per sapere che cosa pensano gli italiani della politica, basta aprire un giornale. O andare al bar sotto casa. Se fino a qualche mese fa si registrava un certo fastidio verso i privilegi degli eletti, oggi siamo alla rabbia. Prima la Margherita, poi la Lega con in mezzo ogni sorta di scandali che non hanno risparmiato praticamente nessuno. Una tangente qui, un attico là, passando per bustarelle, favori, escort e viaggi esotici mentre Monti spiega agli italiani la dieta della sopravvivenza. Un panorama nero che ha spinto molti saggi a temere il peggio per la nostra democrazia quando, grazie ad una ricerca demoscopica di Renato Mannheimer resa nota nel salotto buono di Vespa, si è scoperto che meno del 5 per cento degli italiani ha fiducia nei partiti. <br /><br />Eppure, a guardare il numero dei candidati alle prossime elezioni amministrative, c'è da ricredersi. Quelli che sognano anche solo uno strapuntino nell'anticamera della Casta, ossia in uno qualunque dei 1.015 municipi che vanno al voto a maggio, sono un esercito. Perché, diciamocelo francamente, una cosa è parlare male di politica e politicanti, un'altra è cercare di cogliere al volo la prima occasione per far parte della schiera degli eletti. Ma ci pensate alla gioia di accarezzare con mano leggera il cuoio profumato di un'auto blu? O di avere il conto aperto al ristorante, mentre il popolo bue si inchina incazzato ma supplice al cospetto del sindaco, dell'assessore o anche del semplice consigliere? Nonostante i tagli alla spesa pubblica e la prevedibile riduzione del numero degli amministratori, l'Anci - associazione nazionale dei comuni italiani - segnala un incremento dei candidati e delle liste superiore al 20 per cento. Al sud come al nord, tanto da far temere una sorta di epidemia democratica, altro che rifiuto del confronto con immancabile desertificazione delle urne. <br /><br />Mai, dicono gli esperti, si è vista tanta fantasia scatenarsi sulle liste (dei programmi meglio non parlare almeno per il momento...) e anche sulle campagne elettorali che si stanno organizzando. D'altra parte a Palermo, per fare il primo esempio, ci sono 1.300 aspiranti per 50 seggi, ma non scherza Alessandria dove i candidati sindaco sono 16, le liste 34 e oltre 900 gli aspiranti consiglieri comunali. Come ad Isernia dove i cittadini saranno alle prese con una lista lenzuolo (581 candidati), ma anche a Cuneo dove corrono in 600 praticamente 1 candidato ogni cento abitanti. Il che vuol dire che un pugno di voti, più o meno quelli che servono a rinnovare il consiglio di una bocciofila possono aprire le porte di un consiglio comunale. Ma allora come la mettiamo con la fobia verso la politica? Qualcuno, abilmente, parla di reazione verso la politica allo sbando, soprattutto a livello locale. Ma il dubbio, se permettete, resta. Quello che alla fine, rabbia vera o chiacchiera da bar, la voglia di occupare se non una poltrona almeno uno strapuntino, sia irrefrenabile.
<p><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 09:36:53 +0100</pubDate>
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					<title>Serve l'antidoto al malaffare</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24305_serve-lantidoto-al-malaffare.html</link>
					<description>A parole sono tutti d'accordo: si deve cambiare la legge sui rimborsi elettorali. Anzi, di più. Perché la politica a parole fa miracoli, peccato che poi - in pratica - faccia nulla. O peggio, continui a rovesciare sulla gente che si aggrappa al televisore, diventato una sorta di gelato della democrazia da consumare in poltrona, solo concetti astratti. Tornando alla legge sui rimborsi dei nostri eletti, la cronaca parlamentare registra una quarantina di proposte di riforma. Peccato che nessuna sia mai arrivata nei menù dei due rami del Parlamento. Come si dice, canta che ti passa. E la tivu e i giornali continuano ad alimentarci con gli scandali, le ruberie e gli sprechi mentre le famiglie stentano  tra tasse, stipendi e pensioni che rendono il fine mese una tappa sempre più difficile da raggiungere. Difficile spiegare loro che buona parte di queste vergogne discendono da leggi truffa e dall'aggiramento vergognoso del referendum del 1993 che vietava il finanziamento pubblico dei partiti. Chi immaginava, tra noi poveri travet, che i quattrini riservati ai partiti in dieci anni fossero lIevitati del 1.110 per cento? E ancora che i rimborsi sono dieci volte più alti delle spese sostenute, e che ci sono partiti già morti e sepolti che continuano a ricevere i bonifici dello Stato come se fossero vivi e vegeti? L'urgenza di fare qualcosa, e subito, è nella cronaca recentissima. Non c'è neppure da disturbarsi a guardare indietro alla Prima repubblica. Dal caso Lusi al caso Belsito. <br /><br />Dalla Margherita, creatura in freezer del pacioso Rutelli, alla Lega del vecchio condottiero Umberto Bossi. I tesorieri hanno fatto scempio, i dirigenti non hanno saputo governarli. Proprio come le tre scimmiette che non sentono, non vedono e non parlano. A pentirsi, in questo paese tanto pio a parole, c'è sempre tempo, ma questa volta non basta un pater, ave e gloria per ottenere l'assoluzione. Occorre voltare pagina, riformare i partiti e approvare una nuova legge che governi e certifichi (anche al popolo bue) i finanziamenti alla politica. Dicevamo, a questo proposito, che sono tutti d'accordo, che hanno tutti una proposta bella e pronta nel cassetto. Bene, accogliamo queste risme di carta ancora una volta con la santa pazienza che ci contraddistingue. Ma facciamo presto. Il capo dello Stato Napolitano ha lanciato l'allarme e, ubbidienti, da Bersani ad Alfano e a Casini si sono detti tutti coinvolti nella corsa all'innovazione. Speriamo sia la volta buona. Perché - e le inchieste recentissime e non della magistratura lo dimostrano - la malavita organizzata ha già steso le proprie ragnatele su questa politica malata. <br /><br />Lo ha fatto con l'esca succosa degli affari, lo ha fatto con il voto di scambio, con le estorsioni, le donnine, la droga. Se è vero, e lo è, che il parlamento è lo specchio del Paese, è comprensibile che vi siano mele marce, grassatori e affaristi. La gente comune è stanca di farsi menare per il naso ma è ugualmente decisa a non rinunciare - perché la storia funge da monito - alla propria rappresentanza democratica nelle istituzioni. Gli scandali danneggiano le fondamenta della democrazia, ma l'antidoto esiste e deve essere iniettato nelle vene un po' flaccide degli eletti e dei loro tirapiedi. Prima che sia troppo tardi. <br /><a href="mailto:beppe.fossati@cronacaqui.it">beppe.fossati@cronacaqui.it</a></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 11:00:01 +0100</pubDate>
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				<item>
					<title>Basta così, per carità</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24270_basta-cosi-per-carita.html</link>
					<description>Mentre infuria la bufera sulla Lega, con Bossi che mormora «Chiunque ha sbagliato deve pagare» e poi si dimette da segretario, da capo, da filosofo di un movimento che è stato forse troppo casa, famiglia, figli e canottiera, ci rimane negli occhi l'immagine di un vecchio militante che con le lacrime mormora «Se Bossi me lo chiede mi butto dal balcone». E poi scuote la testa e se ne va, con le spalle curve come se portasse lui da solo il peso di questa disfatta. <br /><br />Un simbolo della politica che non piace più, che credevamo risorta dalla ceneri di Mani Pulite e che invece è precipitata nel fango degli affari per­sonali, dei soldi a scrocco, dei viaggi, delle lauree, delle ville, delle escort. In­somma di quello che la gente normale non sapeva e non può capire. Come dire ad un operaio o ad un commerciante, all'imprenditore che si fa pignorare la casa per pagare gli stipendi dei propri dipendenti, che un partito defunto come la Margherita continua ad incassare le prebende per voti che non ha più e che, è talmente piena di quattrini da non ac­corgersi che un boia gli ha sottratto qual­cosa come 22 milioni di euro? O che un altro tesoriere, l'ultimo della lista, pa­gava i conti della "famiglia-partito" con assegni verde speranza? <br /><br />Non stupiamoci se i sondaggi ci dicono che la fiducia nei partiti è ferma al 5 per cento. Cioè a niente. E che il disamore occupa l'oriz­zonte politico da destra a sinistra, ab­bracciandolo tutto in un coro che è fatto di fastidio, delusione, rabbia e sgomento. Ci rendiamo conto che non si parla più di ideali o anche solo di progetti? Che ac­cendiamo la televisione con il patema d'animo di apprendere nuove tasse e ulteriori sacrifici come se la casa pagata a caro prezzo in anni di lavoro fosse diventata un colpevole lusso. Ci troviamo a sborsare soldi anche per loro, dice la gente. Per i lussi e le auto blu, per le cene con il caviale e i weekend da nababbi. Ma allora diciamolo, invece di tacere. Di­ciamolo che si deve farla finita con i soldi ai partiti, con i rimborsi elettorali che rimborsi non sono per l'unico motivo che prima non ci sono stati gli esborsi. Che è tutto un magna magna. A Roma come in Padania. Non va bene. Non va più bene. Per noi e per i nostri figli. Certo finiranno per insospettire anche le inchieste ad orologeria, ma ormai siamo avvezzi a tutto. Dallo scontrino mai fatto al furto elettorale. E diciamocelo: la stagione mi­gliore per i partiti è stata quella passata, poi travolta da Tangentopoli. Dove dei galantuomini si piegavano a tutto, per far galleggiare i loro carrozzoni. Ma almeno il furto aveva uno scopo. Quello di in­seguire delle idee, se non degli ideali. Allora abbiamo gridato allo scandalo, perchè lo scandalo c'era. Ma oggi è peg­gio ancora: i partiti risorti si sono fatti le leggi per il proprio tornaconto, alla faccia nostra. Contributi, pardon, rimborsi elet­torali compresi. Basta così, per carità.<br /><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 09:58:58 +0100</pubDate>
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					<title>Il sale amaro delle imprese</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/il-borghese/24184_il-sale-amaro-delle-imprese.html</link>
					<description>C'era una volta la Eaton di Rivarolo, 400 dipendenti, specializzata nella produzione di valvole. E poi la Olivetti di Agliè, altri 400, che faceva stampanti per le banche. La Cf Gomme, 230, cablaggi per auto. La Johnson Elettric, 113, motori elettrici. La Embraco di Riva presso Chieri, 300, motori per frigoriferi. E la Cabind, 78, la Mahle, 92, la Skf. Ultima, è notizia di ieri, la Indesit di None, 400 dipendenti, storica fabbrica di elettrodomestici e lavastoviglie in particolare. Sono alcune tra le fabbriche che hanno partecipato alla grande fuga. Verso l'est Europa, verso l'Oriente. Ma anche soltanto verso la Francia, o la Svizzera. Le aziende che hanno fatto le valigie, imballato le attrezzature più recenti, mandando ai ferrivecchi quelle vetuste. E hanno scaricato i dipendenti in mezzo alla strada. Con una lettera di benservito e un paracadute per sopravvivere un anno. Impermeabili, si capisce, ai costi sociali e umani di quella che in termine tecnico si chiama delocalizzazione. <br /><br />E che in pratica assomiglia al sale che spargevano i barbari sulle campagne per affamare i popoli assoggettati, lasciando il deserto dietro di loro. Un fenomeno ormai vecchio di anni, da quando gli imprenditori hanno scoperto le cosiddette "filiere internazionali" che seguono la rotta dei Paesi dell'Est dove la manodopera non è solamente poco tutelata, oltre che ovviamente a bassissimo costo, ma è anche relativamente specializzata. E poi quelle dell'Oriente e persino quelle nordafricane. Attrattive non da poco se si segue il principio del "maggior profitto al minor costo possibile" magari lasciando in patria le parti del ciclo produttivo a più alto valore aggiunto (design, marketing, ecc.) e per le quali sono richieste competenze professionali particolari, e trasferendo oltre frontiera le fasi del processo produttivo. Tutto in regola, per carità. <br /><br />Come insegna il nuovo filosofo d'impresa Sergio Marchionne le aziende vanno là dove conviene, non sono onlus e non devono neppure rispondere a terzi del loro operato. Se non agli azionisti e al mercato. Ma di questi tempi, in cui non passa giorno senza che qualche istituto specializzato ci scarichi sulle scrivanie ricerche e sondaggi che ci informano di quanti posti di lavoro si siano persi e di quante ore lavoro si sia privato il sistema paese, queste fughe verso il maggior utile appaiono ancora più sgradevoli e antipatiche. Intendiamoci, non abbiamo mai confidato in un maggior amor patrio in tempi di crisi, vista anche l'indifferenza del sistema nei confronti delle aziende che si arrabattano sul mercato, ma questa desertificazione che non è solo conseguenza della recessione, ma segue precisi disegni di internazionalizzazione delle imprese, fa temere il peggio. Anche in termini di qualità dei prodotti che andremo ad acquistare. Come di consueto - ma ormai la litania è venuta a noia - a rimetterci sono sempre i soliti. Operai e consumatori. Ossia il gregge. Da bastonare e tosare. A cui, come premio di mancata produzione, viene inflitto anche il costo della cassa integrazione.
<p><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Il Borghese</category>
					<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 09:59:09 +0100</pubDate>
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