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Nessuno oserebbe negare che la disoccupazione giovanile in Italia abbia raggiunto livelli da allarme rosso, tristemente vicine al 38 per cento. Eppure, nonostante i tempi di crisi, continuano a esserci dei lavori che i giovani italiani non vogliono fare nonostante l'offerta delle imprese. Secondo i dati forniti dall'Associazione di artigiani e piccole imprese di Mestre, nel 2011 sono stati 45.250 i posti di lavoro perduti, ossia mansioni destinate a giovani e giovanissimi che le imprese hanno affermato di non essere state in grado di trovare sul mercato. Una parte delle assunzioni mancate (il 47,6%) sarebbe dovuta alla scarsa quantità di candidati che hanno risposto alle inserzioni. Il resto è legato al fatto che chi si presentava ai colloqui per ottenere il posto non era giudicato sufficientemente preparato da parte delle aziende, o riteneva il compenso inadeguato. Parliamo ovviamente di lavori manuali, per i quali i ricercatori hanno stilato una classifica sulla base del rifiuto opposto dai candidati. Di qui l'elenco dei lavori snobbati: commessi (4.920 posti di lavoro); camerieri (2.342); parrucchieri ed estetiste (1.828); informatici e telematici (1.387); elettricisti (1.272), contabili (1.269); meccanici, riparatori e manutentori auto (1.249); tecnici della vendita e della distribuzione (1.100); idraulici e posatori di tubazioni idrauliche e di gas (1.072); baristi (955); personale di segreteria (934); cuochi (754); muratori (731); addetti a macchine utensili (673); disegnatori industriali (664); centralinisti, telefonisti e operatori di call center (660)...
Dati sinceramente sorprendenti, di fronte ad un mondo giovanile che vive una situazione di crisi grave, ma che non pare disponibile a derogare dal "pezzo di carta" conquistato, magari anche con il supporto delle famiglie.
D'altra parte come conciliare una laurea in archeologia, in scienze politiche o della comunicazione, in beni artistici e culturali con l'impiego in un bar o in un'officina? Difficile, o forse impossibile, come profetizza addirittura l'Associazione di artigiani e piccole imprese di Mestre che stima, da qui al 2020, la scomparsa - o quasi - di numerosi mestieri nell'artigianato e nell'agricoltura mettendo a rischio ben 385mila posti di lavoro.
Così il problema potrebbe spostarsi dal fronte squisitamente giovanile per abbracciare tutta la società, in un contesto che investe le famiglie, la scuola e, soprattutto, un vuoto culturale che dura da decenni e che la crisi non ha contribuito a ridurre. E allora ecco che i riflettori vengono puntati sui genitori troppo protettivi che sognano per i figli una scrivania a vita e non un'occupazione nella quale possano sviluppare i loro veri talenti e che, per il sogno che non deve essere infranto, coccolano i pargoli a vita; e poi sulla scuola che propone pezzi di carta a volontà, anche quando c'è la certezza che siano praticamente inutili.
Occorrerebbe una vera rivoluzione del pensiero per ridare dignità, valore sociale e un giusto riconoscimento economico a tutte quelle professioni dove il saper fare con le proprie mani costituisce una virtù aggiuntiva che rischiamo di perdere. Ma la rivoluzione dove si indossa una tuta e ci si sporca le mani, non piace a nessuno. Meglio piangerci addosso e stare in casa con mammà. Magari facendosi aiutare a spedire i curricula.
beppe.fossati@cronacaqui.it

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